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UKIYO-E

ULTIMA

Vincent van Gogh, Vaso giapponese con rose e anemoni, giugno 1890, olio su tela, Musée d'Orsay, Parigi.

“Passami le rose”. Ma cosa sta facendo il dottore? Gli ho fatto visita, come al solito, nel suo villino di Auvers-sur-Oise. L’ho trovato ai fornelli. “Ti porto un po' di Giappone coi suoi profumi e le sue tradizioni”, ha borbottato mentre lo raggiungevo in cucina.

Ho conosciuto Gachet grazie a mio fratello Theo. Non sono stato bene lo scorso anno. Sono anche stato ricoverato nella clinica di Saint-Rémy. Ma non sono malato di mente, ho voglia di lavorare e non mi stanco. Così Theo mi ha proposto di venire a vivere qui, in questo paese dalla bellezza severa alle porte di Parigi. Mi ha affidato alle cure del dottore. È un uomo affabile, amante dell’arte. In casa conserva parecchie tele di impressionisti, soprammobili e oggetti vari che mi sembrano “nere anticaglie”. Potrei fargli un ritratto. E anche una natura morta.

Mentre parliamo Gachet continua a cucinare. Il profumo invade la cucina. I colori mi fanno tornare alla mente i paesaggi di Arles, le atmosfere luminose che avevo trovato anche nelle stampe giapponesi. Già, le mie stampe. Le ho abbandonate quasi tutte a Parigi. Un po’ mi è dispiaciuto, ma non ne avevo più bisogno. Ormai ho imparato a guardare il mondo con occhio giapponese. Sono circa seicento, le ho lasciate a mio fratello Theo, con cui condividevo l’appartamento. Le avevamo appese alle pareti, si vedono ancora i buchi. Non sono di grande valore ma sono state fonte di ispirazione, sono 浮世絵 (ukiyo-e, che in giapponese significa “mondo fluttuante”).

Sono convinto che l’arte del futuro debba essere colorata e gioiosa come le stampe giapponesi. E come la torta che Gachet sta imbastendo. L’apparente linearità della sfoglia -a onor del vero ricca di imperfezioni, a renderla unica- con i profumi delle rose e il gusto deciso del tè cerimoniale mi spingono nel ricordo della mia passione per l’estremo oriente.

Il mio primo album di xilografie giapponesi l’ho acquistato ad Anversa. Era il 1885, cinque anni fa. Ricordo di avere scritto subito a mio fratello Theo, dicendogli che il mio studio era diventato più piacevole perché avevo attaccato alle pareti stampe giapponesi molto divertenti, con piccole figure femminili nei giardini o sulla spiaggia, cavalieri, fiori, rami spinosi e nodosi. Volevo tradurre con il mio pennello i punti di vista così insoliti, il modo di stendere i colori attraverso masse uniformi racchiuse da contorni scuri. Invidiavo la capacità degli artisti giapponesi di creare figure con pochi tratti, e l’estrema limpidezza di ogni elemento. Sono opere semplici come un respiro.

“La sfoglia l’ho fatta ieri, troppo lunga la preparazione per realizzarla al momento”. A vederla sembra una semplice rugosa signora di cent’anni (un secolo è trascorso da quanto è stata introdotta). “Ora mettiamo a bollire il latte col tè”. Un verde particolare quella polvere. Colore e consistenza affascinante. Adorabile. E l’idea affiora: abbandonare per una volta il giallo cromo. 

Come quando ho avuto una vera folgorazione, tempo addietro a Parigi.  Ho conosciuto il mercante e giornalista Siegfried Bing, ho frequentato la sua galleria e sfogliato le pagine della sua rivista mensile Le Japon Artistique. Così ho iniziato, quasi per capriccio, a collezionare stampe giapponesi insieme a Theo. Credo, come gli ho scritto (se non ricordo male era il 23 settembre 1888) che “non si potrebbe studiare l’arte giapponese senza diventare molto più sereni e più felici: dobbiamo ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo convenzionale…Invidio ai giapponesi l’estrema nitidezza che tutte le cose hanno presso di loro. Nulla vi è mai noioso, né mi sembra mai fatto troppo in fretta. Il loro lavoro è semplice come respirare: essi fanno una figura mediante pochi tratti sicuri, con la stessa disinvoltura come se si trattasse di una cosa semplice quanto abbottonarsi il panciotto”.

“Sbatti i tuorli con lo zucchero e le farine, poi aggiungi il latte caldo”. Appunto, semplice quanto abbottonarsi il panciotto. “Ecco la crema pasticcera al tè cerimoniale, ci farciamo un paio di strati”. Pochi tratti, come nei migliori dipinti. E nelle stampe.

Le mie stampe. Averle a portata di mano mi ha permesso di studiarle con calma e in profondità. È cambiata la mia visione del mondo. Per questo poi non ne ho avuto più bisogno e non le ho portate con me quando mi sono trasferito ad Arles, nel sud della Francia. Qui cercavo – e ho trovato – oltre alla pace, la luminosità e i colori accesi di quei fogli. La calda luce del sud, i colori, i profumi della Provenza sono belli come il Giappone. Le acque fanno delle macchie di un vivido smeraldo e di un blu sontuoso nei paesaggi come si vedono nei crêpon giapponesi. I tramonti arancio pallido danno al terreno un colore blu. I soli sono giallo splendente. Il mio stile è cambiato definitivamente. Come ho scritto a Theo, tutto il mio lavoro si basa in una certa misura sull'arte giapponese.

Anche assemblare yogurt greco, formaggio spalmabile e fresca ricotta con un estratto di rosa sembra far rivivere al dottore le stesse sensazioni. Un tocco di Campari, una bevanda alcolica dal vivido colore, creata da poco da quel signore di Torino, dona alla crema un tenue colore rosa. Il tono lievemente amaro ne attenua la dolcezza. Ora la panna. Gachet sembra viaggiare, intento com'è a stendere questa preparazione sull’ultimo strato e a coprirla di petali. Il sentore delle rose invade la cucina, insieme delicato e avvolgente, e ammorbidisce il profumo pungente del tè.

Assaggio il suo “ukiyo-e”. Consistenze e profumi si alternano. Sarà così anche per il quadro che gli donerò. Un vaso di fiori. Ne sto realizzando parecchi in questo periodo. A dire il vero ho iniziato a Saint-Rémy, quando uscivo poco: vasi di iris (su modello dei girasoli di Arles), di rose e dalie. Per lui sceglierei rose e anemoni. E un vaso giapponese, credo possa essere di suo gusto. Un vaso di un bel colore verde, lo stesso della polvere usata da Gachet. Le rose e gli anemoni si devono armonizzare con il colore del fondo e del piano su cui poggia il vaso. Mi criticheranno se non ci sarà profondità, il piano sembrerà ribaltato. Mi interessano i fiori, la pennellata, le armonie cromatiche. Dopo un po’ di tempo la tua visione cambia, vedi con un occhio più giapponese, senti il colore in modo diverso. Sono certo, Gachet lo apprezzerà.

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Il protagonista di questo racconto immaginario è l’artista olandese Vincent Van Gogh (1853-1890) e una delle sue ultime opere, Vaso giapponese con rose e anemoni, conservato al Musée d'Orsay di Parigi e realizzato nel giugno 1890. Poco dopo, il 29 luglio 1890, Van Gogh muore. 
La dedica del quadro al dottor Gachet è di pura fantasia, mentre il racconto si basa sulle lettere scritte dall’artista al fratello Theo.
Creata ricalcando le suggestioni cromatiche e la vicinanza con l’arte giapponese, pubblichiamo in contemporanea la ricetta del racconto, 浮世絵  (Ukio-e) millefoglie alle rose e tè matcha.